Il ciclo della vita - Fidanzamento e matrimonio

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Vol. II – Fidanzamento e matrimonio – 372 pagine, illustrazioni b/n e colori, cucito a filo, rilegatura rigida, pagina formato A4, Bormio, 2002.

Il volume tratta dei primi approcci amorosi, fidanzamento, rapporto sessuale e matrimonio nei tempi antichi, matrimonio e nezze, la serra, le scampanate, matrimonio dei vedovi, ecc.

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Amoreggiare (modi di dire)

Nelle baite montane, le prime conoscenze diurne con le pastorelle facevano sì che i giovani potessero salire la notte, indisturbati, per ir a tramàz, a tràglia, a mignòt [dalla base espressia *mign-, originariamente usata per vezzeggiare i gatti (Bracchi, Kùma 126)], a màta, a moróśa (avree conversazioni intime ) con i loro amori (Longa, Usi 34).

I sintagmi ir in sc’triésc, ir in cabronésc (sc’cabronésc in Valfurva), ir a filòz, stavano a indicare l’andare in giro la sera a cercar avventure in allegra compagnia (Longa, Voc 95). Ir in sc’trùśa significava in Bormio, secondo il Monti, amoreggiare, dal verbo strusà (sc’truśgiàr), strofinare, strusciare. Secondo l’abate il verbo era di frequente uso nella frase «andà in strùśa, andare a divertirsi licenziosamente; bazzicare ora con questa ora con quella donna disonesta». Anticamente in Valtellina si usava dire di chi andava a fare all’amore: L’é andà in ciàzza (Monti, Voc 311, 48), cioè: è andato in piazza. Come già accennato, ir fòra per li frósc’ca, uscire tra le frasche è il sintagma più usato in Cepina per designare l’individuo che va ad amoreggiare all’aperto. Ir a tramàz è una forma ormai in disuso, sostituito dal moderno ir a moróśa (recarsi dalla fidanzata); anticamente il detto era molto usato come si riscontra da vari processi dei secoli XVI e XVII, tra i cui incartamenti, accanto alla forma positiva, non di rado ci si imbatte anche in quella negativa del sóz tramàz, inteso come rapporto al di là della decenza tra due fidanzati, o addirittura come definizione del sabba.

Il termine tramàz deriva dall’usanza di “stramare” (dove “strame” sta per fieno secco di scarto). Quest’usanza è ancora viva in alcuni paesi della Valle Imagna (Bergamo) dove le case delle ragazze belle e frivole in età di matrimonio, erano al centro delle bravate notturne dei coetanei. Si murava l’uscio di casa, si accumulavano gerle d’erba sulla pota di questa o quella ragazza, a volte perfino di letame e si arrivò addirittura a smuovere uno scalone monumentale e pesantissimo e a portarlo sull’uscio di una ragazza che era un po’ disinvolta con i ragazzi. Quest’usanza di ridicolizzare la ragazza troppo “allegra” prima del matrimonio era conservata, come vedremo in seguito, anche nei paesi del nostro Contado per il giorno stesso del matrimonio.

Ir a traglia è invece un’espressione che, secondo il Bracchi (Bracchi, Parlate 17) deriverebbe dal latino tragula “oggetto trascinato”, il cui significato potrebbe essere quello di “andare in cerca di una ragazza da trascinarsi dietro” o dalla quale “farsi rimorchiare”. Infatti la traglia è un fascio di legna che si tira a strascico oppure una ramazza, composta di rami, imbastita alla meglio, che viene trascinata per terra, lungo la strada (Longa, Voc 131, 262).

Nel loro gergo incomprensibile i giovani ciabattini (sciòber) dicevano: Sc’taséira, da brùna, vöi solchér a troàr la śg’gnìfera. Questa sera, quand’è scuro, voglio andare a trovare l’amorosa (Longa, Voc 325).

Se la nascita di quel nuovo amore veniva scopera, gli amici del ragazzi lo seguivano nel suo tragitto notturno verso l’alpeggio per inscenare così gazzarre e poterlo schernire.

Nessuno andava a tramàz di giorno, quando si poteva essere scoperti e canzonati dai compagni; nessuno andava di mercoledì o di venerdì, perché quelli erano ritenuti giorni avversi all’amore. Erano soprattutto i giovani di Cepina che dicevano che di mercoledì non si andava assolutamente a trovare la ragazza (Longa, Usi 154).

Far l’àśen, fare l’asino, era la locuzione che indicava il corteggiamento di un ragazzi nei confronti di una fanciulla.

Vari e molteplici erano e sono anche i modi di dire per indicare la ragazza da “abbordare”. Narra Bèpi Pedrón nella sua raccolta di poesie dialettali I més de l’an: I matéi i cànten cu li tòca al cél serén. I giovanotti cantano con le ragazze al cielo sereno (Pedranzini 21). Ancor oggi per definire una bella fanciulla si è soliti esclamare: Che tòch de ‘na marcia! Che pezzo di ragazza! Più semplicemente per indicare una bella ragazza si dice: ‘na bèla marcia. Con commento un po’ più volgare invece si defnisce la bellezza femminile con i sostantivi brugna, figa, gnòca, śg’gnàchera. I calzolai di Piatta nel loro gergo definivano la signorina con il termine peltrìa.

Chì a Premài, al ghe n’èra un che al giö a moróśa e al giö int in sc’tùa e al se sentàa ó aprös de la pigna e al fàa una bèla dormìda e dòpo un péir d’óra che l’àa dormì taché a la pigna, lu l’àa féit tót, e ióra al giö a bàita. Qui in Premadio c’era un personaggio che, quando andava a trovare la fidanzata, entrava nella stanza, si sedeva vicino alla stufa di sasso e quindi, dopo aver dormito per un paio d’ore, pensando di aver assolto tutti i suoi doveri di spasimante, se ne ritornava a casa. Il personaggio in questione era affetto da una malattia nervosa, che determinava in lui degli strani movimenti del capo. Un zio sc’tèrlo de la mia màma al diśgéa: Al sèsc perché al fè iscì B…? Perché al gh’é gì la seménza a la crapa a fùria de dormìr. Uno zio scapolo di mia madre diceva: Lo sai perché si comporta così B…? Perché a furia di dormire gli sono andati gli spermatozoi al cervello. (…)

Estratto da Marcello CANCLINI, Fidanzamento e matrimonio, pp. 57-59.

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